Distillerie: esempi di sostenibilità ambientale

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vinacceOttobre, tempo di  distillazione, con distillerie che fumano e il nettare profumato delle grappe e delle acquaviti che sgorga dagli alambicchi goccia dopo goccia. La funzione delle distillerie, molto importante nella filiera vitivinicola anche in un’ottica di sostenibilità ambientale, è altrettanto sconosciuta fuori dal settore ‘spiritoso’. Tutti sanno che le distillerie del settore agroalimentare producono alcole – dalla grappa alle acquaviti di uva, dalle acquaviti di vino destinate ai brandy a quelle di altri frutti fino ad alcole per uso alimentare – ma rivestono anche una funzione di riciclo di materie prime che altrimenti andrebbero smaltite, con conseguenti costi economici e ambientali.

Uno dei prodotti più importanti lavorati dai residui dell’uva dopo la distillazione è l’acido tartarico (formula chimica C4H6O e sigla E 334 – Acido tartarico [L(+)-], come da Decreto Ministeriale 209/96). Questo si trova in molta frutta e, in quantità maggiori, nell’uva e nella produzione vinicola viene usato per equilibrare l’acidità del vino. Quello che proviene dalla lavorazione dei residui vinicoli è allo stato naturale, non è di origine sintetica ed è stato provato che non è tossico o pericoloso per l’assunzione alimentare umana.

Oggi le aziende italiane producono il 60% dell’acido tartarico mondiale, presente in diversi settori dell’agroalimentare, vista la sua presenza in caramelle, marmellate e succhi di frutta, ma anche come antiossidante ed emulsionante nella panificazione, nei lieviti per dolci e per il pane, fino all’industria farmaceutica e in quella cosmetica.