La grappa veneta – Uomini, alambicchi e sapori

Domenico Musumarra
Il Chianti e la sua grappa
31 July 2014
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Le montagne venete sono illuminate a giorno e si stagliano nette, precise, emergendo dal buio della notte rischiarata solo dal chiarore delle stelle. Un temporale improvviso o i fuochi artificiali di una festa paesana? No sono gli scoppi dell’artiglieria che sta massacrando i poveri soldati incollati ad un lembo di terra per sfuggire, pia illusione, alle schegge arroventate.

E’ la Grande Guerra con l’eroismo di milioni di uomini scaraventati nelle trincee, ma è anche l’epopea della veneta “graspa” (prodotta per lo più con la “Caliera”, il paiolo di rame utilizzato per cucinare la polenta che, all’occorrenza, diventava rudimentale alambicco per la distillazione) e della friulana “sgnapa” che, dalla pianura, attraverso infiniti canali, arrivava al fronte a portare conforto e calore a quei corpi stanchi e infreddoliti. La “Grappa della guerra e della resistenza” (come ama definirla Roberto Castagner), sino ad allora conosciuta solo al nord Italia, entrava nelle gavette, in bocca, nelle pance e nel lessico di una intera nazione ponendo le basi per la nascita, negli anni seguenti, di centinaia di opifici concentrati, comunque, in Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e, per l’appunto, in Veneto.

Nonostante l’elevato numero di alambicchi (500 nel solo Veneto, quasi un terzo dei totali) è solo dopo la Seconda Guerra mondiale che nascono le grandi distillerie e la produzione, complessivamente, raggiunge gli 80 milioni di bottiglie. La fuga dalla campagna verso le città e l’esterofilia degli anni ’80 ha portato le bottiglie a 30 milioni e, ovviamente, ad una drastica riduzione dei “lambiccai” che ora su tutto il territorio nazionale sono solo poco più di un centinaio, ma il rinato interesse verso il distillato italiano, iniziato negli anni ’90, ha portato ad un sempre maggior interesse sia da parte dei consumatori che di nuovi imprenditori intenzionati ad avventurarsi nell’affascinante mondo della distillazione.

E’ trascorso quasi un secolo dalla Grande Guerra e sono nuovamente le terre venete in prima linea sul fronte della conoscenza della “graspa”, continuando una tradizione storica documentata già nei primi decenni del Seicento con la comparsa a Venezia della corporazione degli Acquavitai, ufficializzata nel novembre del 1618 con il “capitolare degli Acquavitai”. A far conoscere il prodotto della distillazione delle vinacce sono impegnati l’ANAG, l’Associazione Nazionale Assaggiatori Grappe e Acquaviti e l’Istituto Grappa Veneta che si propongono di tutelare e valorizzare la grappa italiana e soprattutto regionale nel suo rilevante significato culturale e nel suo forte radicamento alla terra veneta.